Le scelte “facili”

È la natura umana che ci porta a giudicare qualcosa senza davvero comprendere quali possano essere le difficoltà, le ragioni dietro una scelta. Bisogna educarsi all’ascolto e all’accettazione. Sembra semplice e crediamo di farlo sempre ma, alla fine, si scopre che non è così. Anche questo va bene, fa parte del processo.
Quello di cui voglio parlare oggi è la facilità con la quale si giudicano scelte non conformi al pensiero comune. Infatti vengono giudicate e criticate più di altre. Prendo un esempio molto vicino a me e, purtroppo, mi chiamano ancora in tribunale per questo. Sto parlando dell’abbandono scolastico.
Ho lasciato la scuola qualche mese fa. Starete pensando che non mi andasse di studiare. No, anzi. Continuo a studiare tutto il possibile da casa. Mi documento, scrivo, faccio domande, alimento il mio pensiero critico.
Sapete, a volte bisogna prendere delle decisioni difficili. L’errore che la gente commette è quello di classificare come “facili” tutte quelle scelte che, all’apparenza, sembrano comode.
Flash news: non è così.
Ora non starò a farvi la sviolinata sul perché io, personalmente, ho deciso di scappare dal liceo, ma posso assicurarvi che ne soffro ancora e continuerò a soffrirne. Non perché “non troverò mai un lavoro” oppure “la gente penserà che sono stupida” ma, anzi, perché la gente ignorante (che ignora) etichetterà la mia come “scelta facile”. Punto e basta.
Non ho terminato il mio percorso di studi perché voglio andare contro il sistema. A me del sistema interessa più che a molti altri. Per questo ne soffro. Per questo capisco che questo tipo di scuola non è quello che funziona per me e per molti altri che, però, hanno deciso di rimanerci, a scuola.
A me dispiace. Molto. Ma perdonatemi, non vi devo ulteriori spiegazioni.
Una persona mi ha detto che mollare, a volte, è necessario.

“Non devi rimanere nell’appartamento in fiamme fino all’ultimo. Bisogna uscire prima che esploda.”

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A.R.

Sono entrata a contatto con la poesia di Rimbaud quando avevo undici anni.
Non ricordo come, ma ricordo che è stato un déjà vu. Non facevo nient’altro che leggere, leggere e leggere solo Rimbaud. Sono arrivata al punto di sentirmi lui e di pensare “Cosa avrebbe fatto Arthur?”
L’ho tatuato sul braccio il 20 ottobre 2015, il giorno del mio e del suo compleanno.
Credevo di essere la sua reincarnazione, credevo che qualcosa di lui mi appartenesse.
Dopo averlo conosciuto ho iniziato a scrivere. Era il mio maestro, la mia guida.
Lo amavo così tanto che ho finito per plagiarlo senza rendermene conto. Qualche anno dopo ho trovato la mia strada.
Qualcuno mi disse: “Dimenticati di Rimbaud.” – io risposi che dovrei tagliarmi il braccio per dimenticarmene.
Non mi ha mai più abbandonata. So tutto di lui, tutto quello che mi è dato sapere.
Quando mi chiedono di parlarne non so cosa dire.
Non lo so nemmeno adesso.
Non lo so mai.

Sul non essere capiti

“Se il mondo fosse chiaro, l’arte non esisterebbe”
-Albert Camus

È davvero una cosa brutta non essere capiti? Lo è.
Lo è talmente tanto da spingere certe persone, le più fragili, a smettere di fare arte e a spronarne altre a continuare, rendendole ancora più testarde.
Alcuni pensano che il non essere capiti sia sinonimo di essere nel giusto. Io, con la poesia, ho sempre cercato di capire me stessa, non di farmi capire da terzi.
Che gli altri non comprendano quello che voglio dire (nella poesia) non è importante. A volte non mi capisco nemmeno io.
È difficile da spiegare. Nell’arte anche l’artista non si capisce. È solo dopo che si riesce a comprendere quello che si provava, quello che si stava cercando di dire.
Se le persone non ti capiscono non sei nel giusto, ma nemmeno il contrario.
A volte io stessa faccio supposizioni sui miei scritti perché quando scrivo sono in uno stato di ebrezza metaforica; vomito quello che sento su carta, incurante del vero significato della poesia.
Il giorno dopo, rileggendo e analizzando con i postumi della sbornia simbolica, mi rendo conto di cosa stessi cercando di esprimere.
Supposizioni.
Io non ho bisogno di farmi capire. Ho bisogno di capirmi.
L’artista lavora per sé stesso, non per gli altri. Con la poesia ho trovato un modo per frammentare quell’ostilità interiorizzata che m’accompagna, imprimendola su quei fogli stropicciati che pochi hanno letto. Beh, quelle rare persone mi hanno capita.
Ancora non ho avuto il coraggio di espormi a tal punto da divulgare i miei scritti su internet ma, se lo facessi, una gran fetta di voi rinuncerebbe a capirmi, l’altra parte farebbe supposizioni che muoio dalla voglia di leggere. Forse la curiosità mi forzerà a pubblicare alcune cose.
Questi, comunque, sono solo pensieri adolescenziali.

Quando Scrivevo

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Scrivere era una pulsione, era un tic, quasi un disturbo ossessivo-compulsivo. Scrivere sempre. Non importa dove, non importa quando e in quale forma; che fosse poesia, prosa o un banale articolo. Più che altro scrivevo poesia perché è di questo che mi occupo e mi sono sempre occupata.
All’inizio, quando avevo dieci anni, era una scoperta, una cosa nuova. Continuando a praticarla si è trasformata in passione; cosa che non succede mai. O meglio, quasi mai.
Ho continuato sempre, ininterrottamente, fino ad arrivare a non vivere più di altro. E questo non vivere più di altro si è trasformato in miseria.
Non esisteva nient’altro che la poesia.
Non esisteva nient’altro che… la poesia.

Cosa, in effetti, mi abbia portata a smettere di scrivere non lo so. Non è stata perdita di interesse (perché non potrei mai), è stato un lieve miglioramento del mio OCD. È stato una lenta fuga da qualcosa che sentivo sempre più stretta.
Dovevo uscire, osservare, conoscere, analizzare prima di tornare a scrivere.
E così ho fatto. È stata un’altalena per molti anni.
Poi non so cos’è successo.
In un certo senso la poesia mi ha fatto riscoprire un qualcosa che avevo perduto proprio a causa sua.

Non pubblicherò mai su Internet delle mie poesie perché sono gelosa e terrorizzata solo al pensiero di dare i miei fogli sporchi in pasto al web.
Una paura stupida, certo, soprattutto perché ho già pubblicato su carta.
Comunque non penso succederà mai o a breve. Non in questo blog.

Questo articolo è una commemorazione a quello che era e a quello che voglio ritorni ad essere. Non ne sento davvero il bisogno; sento un qualcosa di fastidioso che mi ronza intorno e non riesco a mandare via.
Con questo blog spero di riuscire a smuovere qualcosa, a ritornare a qualche anno fa quando scrivevo tanto, forse troppo.
Beh, non voglio finire come Rimbaud; non voglio smettere di scrivere a vent’anni.
Voglio che questo articolo sia una nota a me stessa per ricordarmi quello che voglio perché, a volte, me ne dimentico.
Io voglio scrivere. Ho sempre voluto fare questo. A volte, non so perché, mi sfugge e non lo ricordo più.